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SPIRITO SANTO

SPIRITO SANTO
"VIENI, .."

BUONA S. PASQUA

BUONA S. PASQUA
La Resurrezione di Gesù porti il Suo Amore nei nostri cuori

Nel Corpo e nel Sangue di Gesù

Ciascun uomo possa "sentire e gustare" la presenza di Gesù e Maria, SS. Madre della Pentecoste, nella propria vita, in ogni attimo della propria giornata.

Nella Vita e nella Parola di Gesù l'uomo trovi la sua vera dimensione e riesca ad esprimerla con Amore e Carità.

Silenzioso Dio

Fatima

Fatima
Cappella delle Apparizioni

S. Maria del Cammino





Il Papa venuto da lontano....

Il Papa venuto da lontano....
Dono di Dio per tutti gli uomini

martedì 30 novembre 2010

Tutto Isaia


Isaia 1
1 Visione che Isaia, figlio di Amoz, ebbe su Giuda e su Gerusalemme nei giorni di Ozia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda.
2 Udite, cieli; ascolta, terra,
perché il Signore dice:
«Ho allevato e fatto crescere figli,
ma essi si sono ribellati contro di me.
3 Il bue conosce il proprietario
e l'asino la greppia del padrone,
ma Israele non conosce
e il mio popolo non comprende».
4 Guai, gente peccatrice,
popolo carico di iniquità!
Razza di scellerati,
figli corrotti!
Hanno abbandonato il Signore,
hanno disprezzato il Santo di Israele,
si sono voltati indietro;
5 perché volete ancora essere colpiti,
accumulando ribellioni?
La testa è tutta malata,
tutto il cuore langue.
6 Dalla pianta dei piedi alla testa
non c'è in esso una parte illesa,
ma ferite e lividure
e piaghe aperte,
che non sono state ripulite, né fasciate,
né curate con olio.
7 Il vostro paese è devastato,
le vostre città arse dal fuoco.
La vostra campagna, sotto i vostri occhi,
la divorano gli stranieri;
è una desolazione come Sòdoma distrutta.
8 È rimasta sola la figlia di Sion
come una capanna in una vigna,
come un casotto in un campo di cocomeri,
come una città assediata.
9 Se il Signore degli eserciti
non ci avesse lasciato un resto,
già saremmo come Sòdoma,
simili a Gomorra.
10 Udite la parola del Signore,
voi capi di Sòdoma;
ascoltate la dottrina del nostro Dio,
popolo di Gomorra!
11 «Che m'importa dei vostri sacrifici senza numero?»
dice il Signore.
«Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di giovenchi;
il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco.
12 Quando venite a presentarvi a me,
chi richiede da voi
che veniate a calpestare i miei atri?
13 Smettete di presentare offerte inutili,
l'incenso è un abominio per me;
noviluni, sabati, assemblee sacre,
non posso sopportare delitto e solennità.
14 I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
15 Quando stendete le mani,
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.
Le vostre mani grondano sangue.
16 Lavatevi, purificatevi,
togliete il male delle vostre azioni
dalla mia vista.
Cessate di fare il male,
17 imparate a fare il bene,
ricercate la giustizia,
soccorrete l'oppresso,
rendete giustizia all'orfano,
difendete la causa della vedova».
18 «Su, venite e discutiamo»
dice il Signore.
«Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,
diventeranno bianchi come neve.
Se fossero rossi come porpora,
diventeranno come lana.
19 Se sarete docili e ascolterete,
mangerete i frutti della terra.
20 Ma se vi ostinate e vi ribellate,
sarete divorati dalla spada,
perché la bocca del Signore ha parlato».
21 Come mai è diventata una prostituta
la città fedele?
Era piena di rettitudine,
la giustizia vi dimorava;
ora invece è piena di assassini!
22 Il tuo argento è diventato scoria,
il tuo vino migliore è diluito con acqua.
23 I tuoi capi sono ribelli
e complici di ladri;
tutti sono bramosi di regali,
ricercano mance,
non rendono giustizia all'orfano
e la causa della vedova fino a loro non giunge.
24 Perciò, oracolo del Signore,
Dio degli eserciti,
il Potente di Israele:
«Ah, esigerò soddisfazioni dai miei avversari,
mi vendicherò dei miei nemici.
25 Stenderò la mano su di te,
purificherò nel crogiuolo le tue scorie,
eliminerò da te tutto il piombo.
26 Renderò i tuoi giudici come una volta,
i tuoi consiglieri come al principio.
Dopo, sarai chiamata città della giustizia,
città fedele».
27 Sion sarà riscattata con la giustizia,
i suoi convertiti con la rettitudine.
28 Tutti insieme finiranno in rovina ribelli e peccatori
e periranno quanti hanno abbandonato il Signore.
29 Vi vergognerete delle querce
di cui vi siete compiaciuti,
arrossirete dei giardini
che vi siete scelti,
30 poiché sarete come quercia
dalle foglie avvizzite
e come giardino senza acqua.
31 Il forte diverrà come stoppa,
la sua opera come scintilla;
bruceranno tutte e due insieme
e nessuno le spegnerà.
S. Andrea
L’ultima domenica dell’anno liturgico è significativamente dedicata a Cristo Re dell’universo, quasi a prefigurare la conclusione della storia terrena con l’avvento finale e glorioso del Signore risorto.
Guardando a Cristo, Re dell’universo, il cristiano è invitato a non lasciarsi intimorire dalla conturbante esperienza del male. A volte infatti sembra che le forze dell’errore debbano trionfare su quelle della verità, l’ingiustizia sulla giustizia, la divisione e la guerra sulla pace e la concordia tra gli uomini.
Questa festa ci fa attendere, nel riverenziale timor di Dio, l’avvento di Cristo “Giudice dei vivi e dei morti”, come recitiamo nel Credo; ci fa attendere, nel rispettoso ossequio per i misteriosi decreti della Provvidenza, quell’”ora del Signore”, nella quale ciascuno riceverà il frutto delle sue opere, sia nel bene come nel male. Ciò che la giustizia umana non ha saputo o voluto risolvere adesso e quaggiù, sarà risolto allora, ed in una forma irrefragabile e perfetta.

[Angelus, 20 novembre 1988]

Aurora: Raccolta di pensieri

UNA BUONA RAGIONE


Non aver paura di soffrire, - mi disse,-

Non soffrire poco a poco, non rimandare.

Prendi l’amaro dell’esistenza, e piangi.

Fai urlare il tuo dolore, dilaniati, lacerati,

e non soffocarlo. Non averne paura.

In solitudine, libera il cuore dai singhiozzi.

Nel segreto, alleggerisciti della zavorra,

che il dolore riempie più della gioia!

Sfoga l’amarezza, quanto più puoi.

Riprendi quota!

Ricorda, però, di farlo.. solo per…

“Una buona ragione”!

lunedì 29 novembre 2010

29 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Buon Samaritano è ogni uomo sensibile alla sofferenza altrui, l’uomo che “si commuove” per la disgrazia del prossimo. Se Cristo, conoscitore dell’interno dell’uomo, sottolinea questa commozione, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque, coltivare in sé questa sensibilità del cuore, che testimonia la compassione verso un sofferente. Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se stesso, il suo proprio “io”, aprendo quest’”io” all’altro. Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l’antropologia cristiana. L’uomo non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. Buon Samaritano è l’uomo capace appunto di tale dono di sé.

 [Salvifici doloris, 28]

28. Al Vangelo della sofferenza appartiene anche — ed in modo organico — la parabola del buon Samaritano. Mediante questa parabola Cristo volle dare risposta alla domanda: « chi è il mio prossimo? »(90). Infatti, fra i tre passanti lungo la via da Gerusalemme a Gerico, dove giaceva per terra mezzo morto un uomo rapinato e ferito dai briganti, proprio il Samaritano dimostrò di essere davvero il « prossimo » per quell'infelice: « prossimo » significa anche colui che adempì il comandamento dell'amore del prossimo. Altri due uomini percorrevano la stessa strada: uno era sacerdote, e l'altro levita, ma ciascuno « lo vide e passò oltre ». Invece, il Samaritano « lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, ... gli fasciò le ferite », poi « lo portò a una locanda e si prese cura di lui »(91). Ed all'atto di partire, affidò sollecitamente la cura dell'uomo sofferente all'albergatore, impegnandosi a sostenere le spese occorrenti.
La parabola del buon Samaritano appartiene al Vangelo della sofferenza. Essa indica, infatti, quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito « passare oltre » con indifferenza, ma dobbiamo « fermarci » accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questa è come l'aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore, che ha anche la sua espressione emotiva. Buon Samaritano è ogni uomo sensibile alla sofferenza altrui, l'uomo che « si commuove » per la disgrazia del prossimo. Se Cristo, conoscitore dell'interno dell'uomo, sottolinea questa commozione, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque, coltivare in sé questa sensibilità del cuore, che testimonia la compassione verso un sofferente. A volte questa compassione rimane l'unica o principale espressione del nostro amore e della nostra solidarietà con l'uomo sofferente.
Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all'uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se stesso, il suo proprio « io », aprendo quest'« io » all'altro. Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l'antropologia cristiana. L'uomo non può « ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé »(92). Buon Samaritano è l'uomo capace appunto di tale dono di sé.

Aurora: Raccolta di pensieri

SPEZIE


Per me la vita è come un mercato di spezie,


un tripudio di colori, di aromi, di essenze.


Semi di finocchio, chiodi di zafferano,


bastoncini di vaniglia, la noce moscata.


Non so che sapore abbia la senape.


Che gusto ha, che odore, colore, consistenza.


Se la vita fosse: pepata, aromatica, colorata,


condita, assaporabile come un manicaretto.


Non conosco tutte le spezie esistenti, né so,


tutti i sapori della vita e del mondo.

domenica 28 novembre 2010

28 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

A mano a mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza. L’uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da questo livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a livello dell’uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora l’uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia spirituale.
Di tale gioia parla l’Apostolo nella Lettera ai Colossesi: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi». Fonte di gioia diventa il superamento del senso d’inutilità della sofferenza, sensazione che a volte è radicata molto fortemente nell’umana sofferenza. Questa non solo consuma l’uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo un peso per gli altri. L’uomo si sente condannato a ricevere aiuto ed assistenza dagli altri e, in pari tempo, sembra a se stesso inutile. La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente «completa quello che manca ai patimenti di Cristo».

[Salvifici doloris, 27]

27. Di tale gioia parla l'Apostolo nella Lettera ai Colossesi: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi »(88). Fonte di gioia diventa il superamento del senso d'inutilità della sofferenza, sensazione che a volte è radicata molto fortemente nell'umana sofferenza. Questa non solo consuma l'uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo un peso per gli altri. L'uomo si sente condannato a ricevere aiuto ed assistenza dagli altri e, in pari tempo, sembra a se stesso inutile. La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l'uomo sofferente « completa quello che manca ai patimenti di Cristo »; che nella dimensione spirituale dell'opera della redenzione serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma per di più adempie un servizio insostituibile. Nel corpo di Cristo, che incessantemente cresce dalla Croce del Redentore, proprio la sofferenza, permeata dallo spirito del sacrificio di Cristo, è l'insostituibile mediatrice ed autrice dei beni, indispensabili per la salvezza del mondo. E' essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla Grazia che trasforma le anime umane. Essa, più di ogni altra cosa, rende presenti nella storia dell'umanità le forze della redenzione. In quella lotta « cosmica » tra le forze spirituali del bene e del male, della quale parla la Lettera agli Efesini(89), le sofferenze umane, unite con la sofferenza redentrice di Cristo, costituiscono un particolare sostegno per le forze del bene, aprendo la strada alla vittoria di queste forze salvifiche.
E perciò la Chiesa vede in tutti i fratelli e sorelle di Cristo sofferenti quasi un soggetto molteplice della sua forza soprannaturale.
Quanto spesso proprio ad essi ricorrono i pastori della Chiesa, e proprio presso di essi cercano aiuto ed appoggio! I1 Vangelo della sofferenza viene scritto incessantemente, ed incessantemente parla con le parole di questo strano paradosso: le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all'umana debolezza. Coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con gli altri. Quanto più l'uomo è minacciato dal peccato, quanto più pesanti sono le strutture del peccato che porta in sé il mondo d'oggi, tanto più grande è l'eloquenza che la sofferenza umana in sé possiede. E tanto più la Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore delle sofferenze umane per la salvezza del mondo.

Aurora: Raccolta di pensieri

SIMILI



Avvolti nella nebbia, illuminati dalla luna,


stretti l’uno all’altro, lontani nello spazio,


ma fusi nelle emozioni!


Squarci di cuore, noi simili e diversi.


Un’ispirazione in due!


Audaci, temerari, noi nel voler essere uno.

sabato 27 novembre 2010

27 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Ciascuno entra nella sofferenza con una protesta tipicamente umana e con la domanda del suo «perché». Ciascuno si chiede il senso della sofferenza e cerca una risposta a questa domanda al suo livello umano. Certamente pone più volte questa domanda anche a Dio, come la pone a Cristo. Inoltre, egli non può non notare che colui, al quale pone la sua domanda, soffre lui stesso e vuole rispondergli dalla Croce, dal centro della sua propria sofferenza. Tuttavia, a volte c’è bisogno di tempo, persino di un lungo tempo, perché questa risposta cominci ad essere internamente percepibile. L’uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo. La risposta che giunge mediante tale partecipazione, lungo la strada dell’incontro interiore col Maestro, è a sua volta qualcosa di più della sola risposta astratta all’interrogativo sul senso della sofferenza. Questa è, infatti, soprattutto una chiamata. È una vocazione. Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: “Seguimi!”. Vieni! Prendi parte con la tua sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia Croce.

[Salvifici doloris, 26]

Aurora: Raccolta di pensieri















“AMICIZIA FRATERNA”

L’amico non è un complice compiacente,
egli deve saper dire di no, severamente,
redarguire, se è il caso, segretamente.
La sua saggezza, su di voi convoglia,
e senza arroganza, vi fa notar l’abbaglio,
se siete su un dirupo, vi allontana dal ciglio.
Vi racconta i suoi errori, le sue cadute,
non se ne gloria, che con fatica, s’è rialzato.
Spera che il rammarico dell’error, vi sia risparmiato.
Vi affianca e vi sostiene, vi guida e vi conforta.
Amandovi come gli è stato indicato.
Opera su di voi la ” correzione fraterna “
La luce della sua fede è come una lanterna,
che illumina la via, per la salvezza eterna!

venerdì 26 novembre 2010

26 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

La sofferenza è, in se stessa, un provare il male. Ma Cristo ne ha fatto la più solida base del bene definitivo, cioè del bene della salvezza eterna. Con la sua sofferenza sulla Croce Cristo ha raggiunto le radici stesse del male: del peccato e della morte.
Egli ha vinto l’artefice del male, che è Satana, e la sua permanente ribellione contro il Creatore. Davanti al fratello o alla sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio: di un mondo convertito al Creatore, di un mondo liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell’amore. E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo Regno del Padre l’uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso della sua sofferenza.
La sofferenza, infatti, non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, e può agire dall’interno di essa con la potenza del suo Spirito di verità, del suo Spirito Consolatore.

[Salvifici doloris, 26]

Aurora: Raccolta di pensieri


















IL SEGRETO E’ LA SPERANZA

Succede di trovarsi senza alcuna speranza,
Scoprire la volontà, la tenacia dell’esistere,
il desiderio di riscattare la propria identità!
Sembra di trovarsi al centro di un vortice, in
una situazione di bonaccia durante il tifone.
Intorno a noi, una muraglia circolare.
Fuori tutto è sconvolto dagli elementi nel caos,
dentro di noi, solo lo sforzo di sopravvivere,
la lucida, estrema concentrazione del “Credo.”
”Credo” che c’è sempre una speranza,
che si possa rinunciare a molte cose,
tranne che a sperare, cioè a credere nel
Signore!
Oh! Altissimo
in Te è riposta la mia fiducia per sempre!

giovedì 25 novembre 2010

25 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia...
Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione.
Questa scoperta è una particolare conferma della grandezza spirituale che nell’uomo supera il corpo in modo del tutto incomparabile. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali.

[Salvifici doloris, 26]

Aurora: Raccolta di pensieri

















UN “CARTON PARTY “

Se un giorno, la società conformista mi disgustasse,
se la porta non mi servisse più a tenere le distanze,
se mi sentissi pronta a fare un salto di classe……..,
se non avendo più liquidità, in strada albergassi,
e come i barboni, di dormir sotto le stelle scegliessi,
con due grandi cartoni, potrei risparmiare sugli infissi.
Alloggio, con vista panoramica, sul parco, inaugurasi
Tutti gli ospiti devono essere barboni o scomparsi,
se interessati ad acquisire il monolocale affiggerò…,
un cedesi.
Programma:
alle 19 accoglienza,
alle 20 degustazione del menù offerto dai benefattori;
a base di: pasta con sarde, sarde a beccafico,
verdure saltate, mele e mousse di gelsi.
Alle 21 e 30 un salto in discoteca per scaldarsi,
alle 23 conclusione del party e dell’affratellarsi.
Porti pure i propri cartoni, chi a dormir vuol fermarsi.

mercoledì 24 novembre 2010

24 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Santi Andrea Dung-Lac e compagni 

Il Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza della sofferenza nel Vangelo, come uno dei temi della Buona Novella, ma la rivelazione, altresì, della forza salvifica e del significato salvifico della sofferenza nella missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella vocazione della Chiesa.
Cristo non nascondeva ai propri ascoltatori la necessità della sofferenza. Molto chiaramente diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me... prenda la sua croce ogni giorno», ed ai suoi discepoli poneva esigenze di natura morale, la cui realizzazione è possibile solo a condizione di “rinnegare se stessi”.
La via che porta al Regno dei cieli è “stretta ed angusta”, e Cristo la contrappone alla via “larga e spaziosa”, che peraltro “conduce alla perdizione”.
Diverse volte Cristo diceva anche che i suoi discepoli e confessori avrebbero incontrato molteplici persecuzioni, ciò che - come si sa - è avvenuto non solo nei primi secoli della vita della Chiesa sotto l’impero romano, ma si è avverato e si avvera in diversi periodi della storia e in differenti luoghi della terra, anche ai nostri tempi.
[Salvifici doloris, 26]

26. Se il primo grande capitolo del Vangelo della sofferenza viene scritto, lungo le generazioni, da coloro che soffrono persecuzioni per Cristo, di pari passo si svolge lungo la storia un altro grande capitolo di questo Vangelo. Lo scrivono tutti coloro che soffrono insieme con Cristo, unendo le proprie sofferenze umane alla sua sofferenza salvifica. In essi si compie ciò che i primi testimoni della passione e della risurrezione hanno detto ed hanno scritto circa la partecipazione alle sofferenze di Cristo. In essi quindi si compie il Vangelo della sofferenza e, al tempo stesso, ognuno di essi continua in un certo modo a scriverlo: lo scrive e lo proclama al mondo, lo annuncia al proprio ambiente ed agli uomini contemporanei.
Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l'uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d'Assisi, Sant'Ignazio di Loyola, ecc. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l'uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione. Questa scoperta è una particolare conferma della grandezza spirituale che nell'uomo supera il corpo in modo del tutto incomparabile. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l'uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l'interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali.
Questa interiore maturità e grandezza spirituale nella sofferenza certamente sono frutto di una particolare conversione e cooperazione con la Grazia del Redentore crocifisso. E' lui stesso ad agire nel vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo Spirito di verità, per mezzo dello Spirito Consolatore. E' lui a trasformare, in un certo senso, la sostanza stessa della vita spirituale, indicando all'uomo sofferente un posto vicino a sé. E' lui — come Maestro e Guida interiore — ad insegnare al fratello e alla sorella sofferenti questo mirabile scambio, posto nel cuore stesso del mistero della redenzione. La sofferenza è, in se stessa, un provare il male. Ma Cristo ne ha fatto la più solida base del bene definitivo, cioè del bene della salvezza eterna. Con la sua sofferenza sulla Croce Cristo ha raggiunto le radici stesse del male: del peccato e della morte. Egli ha vinto l'artefice del male, che è Satana, e la sua permanente ribellione contro il Creatore. Davanti al fratello o alla sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio: di un mondo convertito al Creatore, di un mondo liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell'amore. E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo Regno del Padre l'uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. La sofferenza, infatti, non può essere trasformata e mutata con una grazia dall'esterno, ma dall'interno. E Cristo mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, e può agire dall'interno di essa con la potenza del suo Spirito di verità, del suo Spirito Consolatore.
Non basta: il divin Redentore vuole penetrare nell'animo di ogni sofferente attraverso il cuore della sua Madre santissima, primizia e vertice di tutti i redenti. Quasi a continuazione di quella maternità, che per opera dello Spirito Santo gli aveva dato la vita, Cristo morente conferì alla sempre Vergine Maria una maternità nuova — spirituale e universale — verso tutti gli uomini, affinché ognuno, nella peregrinazione della fede, gli rimanesse insieme con lei strettamente unito fino alla Croce e, con la forza di questa Croce, ogni sofferenza rigenerata diventasse, da debolezza dell'uomo, potenza di Dio.
Non sempre, però, un tale processo interiore si svolge in modo uguale. Spesso inizia e si instaura con difficoltà. Già il punto stesso di partenza è diverso: diversa è la disposizione, che l'uomo porta nella sua sofferenza. Si può, tuttavia, premettere che quasi sempre ciascuno entra nella sofferenza con una protesta tipicamente umana e con la domanda del suo « perché ». Ciascuno si chiede il senso della sofferenza e cerca una risposta a questa domanda al suo livello umano. Certamente pone più volte questa domanda anche a Dio, come la pone a Cristo. Inoltre, egli non può non notare che colui, al quale pone la sua domanda, soffre lui stesso e vuole rispondergli dalla Croce, dal centro della sua propria sofferenza. Tuttavia, a volte c'è bisogno di tempo, persino di un lungo tempo, perché questa risposta cominci ad essere internamente percepibile. Cristo, infatti, non risponde direttamente e non risponde in astratto a questo interrogativo umano circa il senso della sofferenza. L'uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo.
La risposta che giunge mediante tale partecipazione, lungo la strada dell'incontro interiore col Maestro, è a sua volta qualcosa di più della sola risposta astratta all'interrogativo sul senso della sofferenza. Questa è, infatti, soprattutto una chiamata. E' una vocazione. Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: « Seguimi! ». Vieni! prendi parte con la tua sofferenza a quest'opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia Croce. Man mano che l'uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza. L'uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da questo livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a livello dell'uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora l'uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia spirituale.

Aurora: Raccolta di pensieri
















COCCI E SCHEGGE

Lo specchio degli eventi è in frantumi,
ciò che riflette è distorto, in pezzi…,
a fissarlo, la vista pare si consumi.
Vedo solo spicchi di verità e dubbi,
bagliori, spigoli, schegge taglienti.
“E’ finito in cocci il volto che ebbi”!
C’è da vivere una salita ardua, ripida.
Rivedo una scena già girata, anni fa.
Un’altra storia riaffiora alla mente ,vivida.
La parte ora è mia, la recitazione incerta,
i fondali vecchi, la scenografia triste,scura.
Avrò nervi saldi?
Sarà la mia un’allegria sofferta?
Se piangerò sarà per snebbiare gli occhi.
Pulirò a fondo l’anima, perché si specchi.
Riuscirò a intravedere il tuo riflesso?
Fa che sia prima, che il mio cuor si spacchi!

martedì 23 novembre 2010

22 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Dopo le vicende della vita nascosta e pubblica del suo Figlio, da lei indubbiamente condivise con acuta sensibilità, fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un vertice già difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini dell’universale salvezza. Quel suo ascendere al Calvario, quel suo “stare” ai piedi della Croce insieme col discepolo prediletto furono una partecipazione del tutto speciale alla morte redentrice del Figlio, come del resto le parole, che poté raccogliere dal suo labbro, furono quasi la solenne consegna di questo tipico Vangelo da annunciare all’intera comunità dei credenti.
Testimone della passione del Figlio con la sua presenza, e di essa partecipe con la sua compassione, Maria Santissima offrì un singolare apporto al Vangelo della sofferenza, avverando in anticipo l’espressione paolina, riportata all’inizio. In effetti, ella ha titoli specialissimi per poter asserire di «completare nella sua carne - come già nel suo cuore - quello che manca ai patimenti di Cristo».

[Salvifici doloris, 25]

Aurora: Raccolta di pensieri

PENOMBRA                                                                                                                                                                                                                
Vivo di effetti…!
Credo nei riflessi,
nelle sfumature,
nelle tinte,
nei suoni,
nei sensi.
Vivo nelle intuizioni.
Nei presagi,
nei presentimenti,
nello spirito!
Vivo nella luce,
non nell’ombra,
a volte, nella penombra.
Credo alla luce…,
che brilla negli occhi…,
di chi mi ama!

lunedì 22 novembre 2010

22 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

 Santa Cecilia

È, consolante - come è evangelicamente e storicamente esatto - notare che a fianco di Cristo, in primissima e ben rilevata posizione accanto a lui, c’è sempre la sua Madre santissima per la testimonianza esemplare, che con l’intera sua vita rende a questo particolare Vangelo della sofferenza. In lei le numerose ed intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione di tutti.

In realtà, fin dall’arcano colloquio avuto con l’angelo, ella intravide nella sua missione di madre la “destinazione” a condividere in maniera unica ed irripetibile la missione stessa del Figlio. E la conferma in proposito le venne assai presto sia dagli eventi che accompagnarono la nascita di Gesù a Betlemme, sia dall’annuncio formale del vecchio Simeone che parlò di una spada tanto acuta da trapassarle l’anima, sia dalle ansie e ristrettezze della fuga precipitosa in Egitto, provocata dalla crudele decisione di Erode.

[Salvifici doloris, 25]

25. I testimoni della Croce e della risurrezione di Cristo hanno trasmesso alla Chiesa e all'umanità uno specifico Vangelo della sofferenza. Il Redentore stesso ha scritto questo Vangelo dapprima con la propria sofferenza assunta per amore, affinché l'uomo « non muoia, ma abbia la vita eterna »(80). Questa sofferenza, insieme con la viva parola del suo insegnamento, è diventata una fonte abbondante per tutti coloro che hanno preso parte alle sofferenze di Gesù nella prima generazione dei suoi discepoli e confessori, e poi in quelle che si sono succedute nel corso dei secoli.
E', innanzitutto, consolante — come è evangelicamente e storicamente esatto — notare che a fianco di Cristo, in primissima e ben rilevata posizione accanto a lui, c'è sempre la sua Madre santissima per la testimonianza esemplare, che con l'intera sua vita rende a questo particolare Vangelo della sofferenza. In lei le numerose ed intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione di tutti. In realtà, fin dall'arcano colloquio avuto con l'angelo, Ella intravide nella sua missione di madre la « destinazione » a condividere in maniera unica ed irripetibile la missione stessa del Figlio. E la conferma in proposito le venne assai presto sia dagli eventi che accompagnarono la nascita di Gesù a Betlemme, sia dall'annuncio formale del vecchio Simeone che parlò di una spada tanto acuta da trapassarle l'anima, sia dalle ansie e ristrettezze della fuga precipitosa in Egitto, provocata dalla crudele decisione di Erode.
Ed ancora, dopo le vicende della vita nascosta e pubblica del suo Figlio, da lei indubbiamente condivise con acuta sensibilità, fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un vertice già difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini dell'universale salvezza. Quel suo ascendere al Calvario, quel suo « stare » ai piedi della Croce insieme col discepolo prediletto furono una partecipazione del tutto speciale alla morte redentrice del Figlio, come del resto le parole, che poté raccogliere dal suo labbro, furono quasi la solenne consegna di questo tipico Vangelo da annunciare all'intera comunità dei credenti.
Testimone della passione del Figlio con la sua presenza, e di essa partecipe con la sua compassione, Maria Santissima offrì un singolare apporto al Vangelo della sofferenza, avverando in anticipo l'espressione paolina, riportata all'inizio. In effetti, Ella ha titoli specialissimi per poter asserire di « completare nella sua carne — come già nel suo cuore — quello che manca ai patimenti di Cristo ».
Nella luce dell'inarrivabile esempio di Cristo, riflesso con singolare evidenza nella vita della Madre sua, il Vangelo della sofferenza, mediante l'esperienza e la parola degli Apostoli, diventa fonte inesauribile per le generazioni sempre nuove che si avvicendano nella storia della Chiesa. Il Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza della sofferenza nel Vangelo, come uno dei temi della Buona Novella, ma la rivelazione, altresì, della forza salvifica e del significato salvifico della sofferenza nella missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella vocazione della Chiesa.
Cristo non nascondeva ai propri ascoltatori la necessità della sofferenza. Molto chiaramente diceva: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, ... prenda la sua croce ogni giorno »(81), ed ai suoi discepoli poneva esigenze di natura morale, la cui realizzazione è possibile solo a condizione di « rinnegare se stessi »(82). La via che porta al Regno dei cieli è « stretta ed angusta », e Cristo la contrappone alla via « larga e spaziosa », che peraltro « conduce alla perdizione »(83). Diverse volte Cristo diceva anche che i suoi discepoli e confessori avrebbero incontrato molteplici persecuzioni, ciò che — come si sa — è avvenuto non solo nei primi secoli della vita della Chiesa sotto l'impero romano, ma si è avverato e si avvera in diversi periodi della storia e in differenti luoghi della terra, anche ai nostri tempi.
Ecco alcune frasi di Cristo su questo tema: « Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa: io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime »(84).
Il Vangelo della sofferenza parla prima in diversi punti della sofferenza « per Cristo », « a causa di Cristo », e ciò fa con le parole stesse di Gesù, oppure con le parole dei suoi Apostoli. Il Maestro non nasconde ai suoi discepoli e seguaci la prospettiva di una tale sofferenza, anzi la rivela con tutta franchezza, indicando contemporaneamente le forze soprannaturali, che li accompagneranno in mezzo alle persecuzioni e tribolazioni « per il suo nome ». Queste saranno insieme quasi una speciale verifica della somiglianza a Cristo e dell'unione con lui. « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me ...; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia ... Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato »(85). « Vi ho dette queste cose, perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(86).
Questo primo capitolo del Vangelo della sofferenza, che parla delle persecuzioni, cioè delle tribolazioni a motivo di Cristo, contiene in sé una speciale chiamata al coraggio ed alla fortezza, sostenuta dall'eloquenza della risurrezione. Cristo ha vinto il mondo definitivamente con la sua risurrezione; tuttavia, grazie al rapporto di essa con la passione e la morte, ha vinto al tempo stesso questo mondo con la sua sofferenza. Si, la sofferenza è stata in modo singolare inserita in quella vittoria sul mondo, che si è manifestata nella risurrezione. Cristo conserva nel suo corpo risorto i segni delle ferite della Croce sulle sue mani, sui piedi e nel costato. Mediante la risurrezione egli manifesta la forza vittoriosa della sofferenza, e vuole infondere la convinzione di questa forza nel cuore di coloro che ha scelto come suoi Apostoli e di coloro che continuamente sceglie ed invia. L'apostolo Paolo dirà: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati »(87).

Aurora: Raccolta di pensieri

MI SON DETTA…

Non si può..
Imbrigliare il vento con un nastro di seta.
Chiedere ad un cieco di dipingere l’alba.
Chiamare un muto a cantare un salmo.
Far scegliere ad un sordo un brano d’opera.
Tenere serrati in un pugno i sentimenti!
Ho aperto il mio cuore ed ho liberato…,
L’AMORE!
Non potevo tenerlo in me sperando che…,
arrivasse a TE!

domenica 21 novembre 2010

21 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo




Presentazione della Beata Vergine Maria



La chiesa fa memoria liturgica della presentazione di Maria santissima. Il Regno escatologico di Cristo e di Dio (cfr. Col 1,13) si compirà quando il Signore sarà tutto in tutti, dopo aver annientato il dominio di Satana, del peccato e della morte.
Il Regno di Dio è tuttavia già presente “in mistero” nella storia, e opera in coloro che lo accolgono. Maria, madre di Cristo e discepola fedele della Parola, è entrata in pienezza nel Regno. Tutta la sua esistenza di creatura amata dal Signore e animata dallo Spirito, è testimonianza concreta e preludio delle realtà escatologiche.
La Vergine Maria, già segno e anticipazione dei beni futuri nella sua vita terrena, glorificata ora accanto a Cristo Signore, è immagine e compimento del Regno di Dio. Ella è la prima ad aver seguito Cristo “primogenito di molti fratelli”, “principio della creazione nuova” e “capo della Chiesa”.
La prima che ne ha ereditato la gloria. La glorificazione di Maria, nostra sorella, è la più splendida conferma della parola della Scrittura: «Con Cristo (egli) ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nell’alto dei cieli» (Ep 2,6). Il suo ingresso nel Regno escatologico di Dio è pegno e garanzia della partecipazione di tutta la Chiesa, corpo di Cristo, alla gloria del suo Signore.
 
[Angelus, 20 novembre 1983]

Aurora: Raccolta di pensieri
















GLI “UCCELLINI DI NOTTE”

Cala il sipario sul giorno, scema la luce, è buio.
S’ode un cantar nella notte, un cinguettar discreto,
un sussurro. E’ una sinfonia, eseguita in sordina…,
per non destar chi dorme, e confortar l’insonne,
che, dalla angosciosa veglia, esca indenne .
Una melodia, un mattutino, viene cantato.
E’ l’alba.
L’ora in cui s’innalza la lode al creato!
“Gli uccellini di notte”, tessono un sottofondo..,
una colonna sonora,
per ciò che tu stai sognando!

sabato 20 novembre 2010

20 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Nella sofferenza è come contenuta una particolare chiamata alla virtù, che l’uomo deve esercitare da parte sua. E questa è la virtù della perseveranza nel sopportare ciò che disturba e fa male. L’uomo, così facendo, sprigiona la speranza, che mantiene in lui la convinzione che la sofferenza non prevarrà sopra di lui, non lo priverà della dignità propria dell’uomo unita alla consapevolezza del senso della vita. Ed ecco, questo senso si manifesta insieme con l’opera dell’amore di Dio, che è il dono supremo dello Spirito Santo. Man mano che partecipa a questo amore, l’uomo si ritrova fino in fondo nella sofferenza: ritrova “l’anima”, che gli sembrava di aver “perduto” a causa della sofferenza.
Nella Lettera ai Colossesi leggiamo le parole, che costituiscono quasi l’ultima tappa dell’itinerario spirituale in relazione alla sofferenza. San Paolo scrive: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa». Ed egli in un’altra Lettera interroga i suoi destinatari: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?».

[Salvifici doloris, 23-24]

24. Tuttavia, le esperienze dell'Apostolo, partecipe delle sofferenze di Cristo, vanno ancora oltre. Nella Lettera ai Colossesi leggiamo le parole, che costituiscono quasi l'ultima tappa dell'itinerario spirituale in relazione alla sofferenza. San Paolo scrive: « Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa »(78). Ed egli in un'altra Lettera interroga i suoi destinatari: « Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? »(79).

Nel mistero pasquale Cristo ha dato inizio all'unione con l'uomo nella comunità della Chiesa. Il mistero della Chiesa si esprime in questo: che già all'atto del Battesimo, che configura a Cristo, e poi mediante il suo Sacrificio — sacramentalmente mediante l'Eucaristia — la Chiesa di continuo si edifica spiritualmente come corpo di Cristo. In questo corpo Cristo vuole essere unito con tutti gli uomini, ed in modo particolare egli è unito con coloro che soffrono. Le citate parole della Lettera ai Colossesi attestano l'eccezionale carattere di questa unione. Ecco, infatti, colui che soffre in unione con Cristo — come in unione con Cristo sopporta le sue « tribolazioni » l'apostolo Paolo — non solo attinge da Cristo quella forza, della quale si è parlato precedentemente, ma anche « completa » con la sua sofferenza « quello che manca ai patimenti di Cristo ». In questo quadro evangelico è messa in risalto, in modo particolare, la verità sul carattere creativo della sofferenza. La sofferenza di Cristo ha creato il bene della redenzione del mondo. Questo bene in se stesso è inesauribile ed infinito. Nessun uomo può aggiungervi qualcosa. Allo stesso tempo, però, nel mistero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell'uomo. In quanto l'uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo — in qualsiasi luogo del mondo e tempo della storia —, in tanto egli completa a suo modo quella sofferenza, mediante la quale Cristo ha operato la redenzione del mondo.

Questo vuol dire, forse, che la redenzione compiuta da Cristo non è completa? No. Questo significa solo che la redenzione, operata in forza dell'amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta ad ogni amore che si esprime nell'umana sofferenza. In questa dimensione — nella dimensione dell'amore — la redenzione già compiuta fino in fondo, si compie, in un certo senso, costantemente. Cristo ha operato la redenzione completamente e sino alla fine; al tempo stesso, però, non l'ha chiusa: in questa sofferenza redentiva, mediante la quale si è operata la redenzione del mondo, Cristo si è aperto sin dall'inizio, e costantemente si apre, ad ogni umana sofferenza. Sì, sembra far parte dell'essenza stessa della sofferenza redentiva di Cristo il fatto che essa richieda di essere incessantemente completata.

In questo modo, con una tale apertura ad ogni umana sofferenza, Cristo ha operato con la propria sofferenza la redenzione del mondo. Infatti, al tempo stesso, questa redenzione, anche se compiuta in tutta la pienezza con la sofferenza di Cristo, vive e si sviluppa a suo modo nella storia dell'uomo. Vive e si sviluppa come corpo di Cristo, che è la Chiesa, ed in questa dimensione ogni umana sofferenza, in forza dell'unione nell'amore con Cristo, completa la sofferenza di Cristo. La completa così come la Chiesa completa l'opera redentrice di Cristo. Il mistero della Chiesa — di quel corpo che completa in sé anche il corpo crocifisso e risorto di Cristo — indica contemporaneamente quello spazio, nel quale le sofferenze umane completano le sofferenze di Cristo. Solo in questo raggio e in questa dimensione della Chiesa-corpo di Cristo, che continuamente si sviluppa nello spazio e nel tempo, si può pensare e parlare di « ciò che manca » ai patimenti di Cristo. L'Apostolo, del resto, lo mette chiaramente in rilievo, quando scrive del completamento di « quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa ».

Proprio la Chiesa, che attinge incessantemente alle infinite risorse della redenzione, introducendola nella vita dell'umanità, è la dimensione, nella quale la sofferenza redentrice di Cristo può essere costantemente completata dalla sofferenza dell'uomo. In ciò vien messa in risalto anche la natura divino-umana della Chiesa. La sofferenza sembra partecipare in un qualche modo alle caratteristiche di questa natura. E perciò essa ha pure un valore speciale davanti alla Chiesa. Essa è un bene, dinanzi al quale la Chiesa si inchina con venerazione, in tutta la profondità della sua fede nella redenzione. Si inchina, insieme, in tutta la profondità di quella fede, con la quale essa abbraccia in se stessa l'inesprimibile mistero del corpo di Cristo.








Aurora: Raccolta di pensieri




















IMMAGINI

La campagna, prima verde, ora è gialla, ocra, oro.
Le spighe dorate, ondeggiando, lanciano bagliori.
Il fieno appena tagliato, rende l’aria aromatica.
Prima, l’erba mossa dal vento, era un mare verde,
che, piegandosi, sembrava stesse bisbigliando:”
Vieni, stanco viandante, sdraiati, assopisciti…,
io ti cullerò, ti carezzerò, con un lieve profumo,
e fresche gocce di rugiada.
Quando schiuderai le ciglia al risveglio,
ti sembrerà d’essere, un tenero bocciolo
appena nato, nel mare verde del creato!

venerdì 19 novembre 2010

19 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo hanno davanti agli occhi il mistero pasquale della Croce e della risurrezione, nel quale Cristo discende, in una prima fase, sino agli ultimi confini della debolezza e dell’impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato sulla Croce.
Ma se al tempo stesso in questa debolezza si compie la sua elevazione, confermata con la forza della risurrezione, ciò significa che le debolezze di tutte le sofferenze umane possono essere permeate dalla stessa potenza di Dio, quale si è manifestata nella Croce di Cristo.
In questa concezione soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo.
In lui Dio ha confermato di voler agire specialmente per mezzo della sofferenza, che è la debolezza e lo spogliamento dell’uomo, e di voler proprio in questa debolezza e in questo spogliamento manifestare la sua potenza. Con ciò si può anche spiegare la raccomandazione della prima Lettera di Pietro: «Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome».

[Salvifici doloris, 23]
 
23. La sofferenza, infatti, è sempre una prova — a volte una prova alquanto dura —, alla quale viene sottoposta l'umanità. Dalle pagine delle Lettere di San Paolo più volte parla a noi quel paradosso evangelico della debolezza e della forza, sperimentato in modo particolare dall'Apostolo stesso e che insieme con lui provano tutti coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo. Egli scrive nella seconda Lettera ai Corinzi: « Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo »(72). Nella seconda Lettera a Timoteo leggiamo: « E' questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto »(73). E nella Lettera ai Filippesi dirà addirittura: « Tutto posso in colui che mi dà la forza »(74).
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo hanno davanti agli occhi il mistero pasquale della Croce e della risurrezione, nel quale Cristo discende, in una prima fase, sino agli ultimi confini della debolezza e dell'impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato sulla Croce. Ma se al tempo stesso in questa debolezza si compie la sua elevazione, confermata con la forza della risurrezione, ciò significa che le debolezze di tutte le sofferenze umane possono essere permeate dalla stessa potenza di Dio, quale si è manifestata nella Croce di Cristo. In questa concezione soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all'opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all'umanità in Cristo. In lui Dio ha confermato di voler agire specialmente per mezzo della sofferenza, che è la debolezza e lo spogliamento dell'uomo, e di voler proprio in questa debolezza e in questo spogliamento manifestare la sua potenza. Con ciò si può anche spiegare la raccomandazione della prima Lettera di Pietro: « Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome »(75).
Nella Lettera ai Romani l'apostolo Paolo si pronuncia ancora più ampiamente sul tema di questo « nascere della forza nella debolezza », di questo ritemprarsi spirituale dell'uomo in mezzo alle prove e alle tribolazioni, che è la speciale vocazione di coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo: « Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato »(76). Nella sofferenza è come contenuta una particolare chiamata alla virtù, che l'uomo deve esercitare da parte sua. E questa è la virtù della perseveranza nel sopportare ciò che disturba e fa male. L'uomo, così facendo, sprigiona la speranza, che mantiene in lui la convinzione che la sofferenza non prevarrà sopra di lui, non lo priverà della dignità propria dell'uomo unita alla consapevolezza del senso della vita. Ed ecco, questo senso si manifesta insieme con l'opera dell'amore di Dio, che è il dono supremo dello Spirito Santo. Man mano che partecipa a questo amore, l'uomo si ritrova fino in fondo nella sofferenza: ritrova « l'anima », che gli sembrava di aver « perduto »(77) a causa della sofferenza
LEI ED IO….” NOI”

Albeggia, s’esce dalla notte, dal sogno.
E’ giorno, c’è da vivere con impegno.
Sorge la luna, sospirata ora, cui agogno!
I miei pensieri si fondono con i suoi,
concordi, nell’analisi del nostro tempo,
rievochiamo il passato e nasce un”Noi”.
Nella lotta contro gli avversi elementi,
valutando, insieme il senso degli eventi,
vedo, come la nostra amicizia, si cementi!
Noi abbracciamo la vita in modo diverso,
la fede ci dice, che il soffrir ha un senso,
ma, in due, cerchiamo di prenderla controsenso.
“Il viaggio” è spinoso? A che serve urlare?
A che pro farsi notare? Preferibile tacere!

giovedì 18 novembre 2010

18 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Dedicazione delle basiliche Santi Pietro e Paolo















San Pietro
 









S. Paolo


Il motivo della sofferenza e della gloria ha la sua caratteristica strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il riferimento alla Croce ed alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima di tutto la manifestazione della gloria, che corrisponde all’elevazione di Cristo per mezzo della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli uomini lo spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in tutta pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò insieme se stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e nell’umiliazione tutta la sua grandezza messianica. Non sono forse una prova di questa grandezza tutte le parole pronunciate durante l’agonia sul Golgota e, specialmente, quelle riguardanti gli autori della crocifissione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»? A coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo queste parole si impongono con la forza di un supremo esempio. La sofferenza è anche una chiamata a manifestare la grandezza morale dell’uomo, la sua maturità spirituale. Di ciò hanno dato la prova, nelle diverse generazioni, i martiri ed i confessori di Cristo, fedeli alle parole: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».


[Salvifici doloris, 22] 
 
22. Alla prospettiva del Regno di Dio è unita la speranza di quella gloria, il cui inizio si trova nella Croce di Cristo. La risurrezione ha rivelato questa gloria — la gloria escatologica — che nella Croce di Cristo era completamente offuscata dall'immensità della sofferenza. Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo sono anche chiamati, mediante le loro proprie sofferenze, a prender parte alla gloria. Paolo esprime questo in diversi punti. Scrive ai Romani: « Siamo ... coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi »(67). Nella seconda Lettera ai Corinzi leggiamo: « Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili »(68). L'apostolo Pietro esprimerà questa verità nelle seguenti parole della sua prima Lettera: « Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare »(69).

Il motivo della sofferenza e della gloria ha la sua caratteristica strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il riferimento alla Croce ed alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima di tutto la manifestazione della gloria, che corrisponde all'elevazione di Cristo per mezzo della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli uomini lo spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in tutta pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò insieme se stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e nell'umiliazione tutta la sua grandezza messianica. Non sono forse una prova di questa grandezza tutte le parole pronunciate durante l'agonia sul Golgota e, specialmente, quelle riguardanti gli autori della crocifissione: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno »?(70) A coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo queste parole si impongono con la forza di un supremo esempio. La sofferenza è anche una chiamata a manifestare la grandezza morale dell'uomo, la sua maturità spirituale. Di ciò hanno dato la prova, nelle diverse generazioni, i martiri ed i confessori di Cristo, fedeli alle parole: « E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima »(71).

La risurrezione di Cristo ha rivelato « la gloria del secolo futuro » e, contemporaneamente, ha confermato « il vanto della Croce »: quella gloria che è contenuta nella sofferenza stessa di Cristo, e quale molte volte si è rispecchiata e si rispecchia nella sofferenza dell'uomo, come espressione della sua spirituale grandezza. Bisogna dare testimonianza di questa gloria non solo ai martiri della fede, ma anche a numerosi altri uomini, che a volte, pur senza la fede in Cristo, soffrono e danno la vita per la verità e per una giusta causa. Nelle sofferenze di tutti costoro viene confermata in modo particolare la grande dignità dell'uomo.

Aurora: Raccolta di pensieri

LE MEMORIE

Ti vorrei vicino a me, per poterti dire:”
Ti ricordi”?
Ma ormai è troppo tardi…!
Una persona con cui sono cresciuto,
che ha condiviso ciò che ho vissuto,
qualcuno da guardare negli occhi…,
mano nella mano, come due sciocchi.
Tenendosi forte, per non andare a fondo,
Senza parole mi comprende nel profondo.
Non chiede il perché sto piangendo!
Non ci sei, ma spesso ti penso…!
Del vuoto che sento so il senso.
Vorrei te ,vicino a me,per chiederti…:”
Ti ricordi?”
Ma ormai è troppo tardi!

mercoledì 17 novembre 2010

17 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II


Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato. Questa scoperta dettò a San Paolo parole particolarmente forti nella Lettera ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita, che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me». La fede permette all’autore di queste parole di conoscere quell’amore, che condusse Cristo sulla Croce. E se amò così, soffrendo e morendo, allora con questa sua sofferenza e morte egli vive in colui che amò così, egli vive nell’uomo: in Paolo. E vivendo in lui — man mano che Paolo, consapevole di ciò mediante la fede, risponde con l’amore al suo amore — Cristo diventa anche in modo particolare unito all’uomo, a Paolo, mediante la Croce.

[Salvifici doloris, 20]

20. I testi del Nuovo Testamento esprimono in molti punti questo concetto. Nella seconda Lettera ai Corinzi l'Apostolo scrive: « Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale..., convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù »(58).

San Paolo parla delle diverse sofferenze e, in particolare, di quelle di cui diventavano partecipi i primi cristiani « a causa di Gesù ». Queste sofferenze permettono ai destinatari di quella Lettera di partecipare all'opera della redenzione, compiuta mediante le sofferenze e la morte del Redentore. L'eloquenza della Croce e della morte viene tuttavia completata con l'eloquenza della risurrezione. L'uomo trova nella risurrezione una luce completamente nuova, che lo aiuta a farsi strada attraverso il fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi, della disperazione e della persecuzione. Perciò, l'Apostolo scriverà anche nella seconda Lettera ai Corinzi: « Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione »(59).

Altrove egli si rivolge ai suoi destinatari con parole d'incoraggiamento: « Il Signore diriga i vostri cuori nell'amore di Dio e nella pazienza di Cristo »(60). E nella Lettera ai Romani scrive: « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale »(61).

La partecipazione stessa alla sofferenza di Cristo trova, in queste espressioni apostoliche, quasi una duplice dimensione. Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all'uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L'uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato.

Questa scoperta dettò a San Paolo parole particolarmente forti nella Lettera ai Galati: « Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita, che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me »(62). La fede permette all'autore di queste parole di conoscere quell'amore, che condusse Cristo sulla Croce. E se amò così, soffrendo e morendo, allora con questa sua sofferenza e morte egli vive in colui che amò così, egli vive nell'uomo: in Paolo. E vivendo in lui — man mano che Paolo, consapevole di ciò mediante la fede, risponde con l'amore al suo amore — Cristo diventa anche in modo particolare unito all'uomo, a Paolo, mediante la Croce. Quest'unione ha dettato a Paolo, nella stessa Lettera ai Galati, ancora altre parole, non meno forti: « Quanto a me invece, non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo »(63).

Aurora: Raccolta di pensieri

LE MEMORIE

Ti vorrei vicino a me, per poterti dire:”
Ti ricordi”?
Ma ormai è troppo tardi…!
Una persona con cui sono cresciuto,
che ha condiviso ciò che ho vissuto,
qualcuno da guardare negli occhi…,
mano nella mano, come due sciocchi.
Tenendosi forte, per non andare a fondo,
Senza parole mi comprende nel profondo.
Non chiede il perché sto piangendo!
Non ci sei, ma spesso ti penso…!
Del vuoto che sento so il senso.
Vorrei te, vicino a me, per chiederti…:”
Ti ricordi?”
Ma ormai è troppo tardi!

martedì 16 novembre 2010

16 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II

Per poter percepire la vera risposta al “perché” della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza ed inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il “perché” della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino. Per ritrovare il senso profondo della sofferenza, seguendo la Parola rivelata di Dio, bisogna aprirsi largamente verso il soggetto umano nella sua molteplice potenzialità.
Bisogna, soprattutto, accogliere la luce della Rivelazione non soltanto in quanto essa esprime l’ordine trascendente della giustizia, ma in quanto illumina questo ordine con l’amore, quale sorgente definitiva di tutto ciò che esiste.
L’Amore è anche la sorgente più piena della risposta all’interrogativo sul senso della sofferenza. Questa risposta è stata data da Dio all’uomo nella Croce di Gesù Cristo.

[Salvifici doloris, 13]

13. Ma per poter percepire la vera risposta al « perché » della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell'amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L'amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell'insufficienza ed inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il « perché » della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell'amore divino.



Per ritrovare il senso profondo della sofferenza, seguendo la Parola rivelata di Dio, bisogna aprirsi largamente verso il soggetto umano nella sua molteplice potenzialità. Bisogna, soprattutto, accogliere la luce della Rivelazione non soltanto in quanto essa esprime l'ordine trascendente della giustizia, ma in quanto illumina questo ordine con l'amore, quale sorgente definitiva di tutto ciò che esiste. L'Amore è anche la sorgente più piena della risposta all'interrogativo sul senso della sofferenza. Questa risposta è stata data da Dio all'uomo nella Croce di Gesù Cristo.

Aurora: Raccolta di pensieri

I SOGNI

I sogni…
Come brandelli, di desideri inconfessati,
lacerati dalle violacee ombre della notte,
come brillanti iridescenti di rugiada,
sulla pelle madida d’incubi…,
come lampi colorati, trafitti di luce…,
che sbiadiscono nelle brume dell’alba,
come parole confuse o non dette,
si spengono, diluite dai suoni della città..,
che si ridesta…, dai sogni.

lunedì 15 novembre 2010

15 novembre 2010 Un pensiero al giorno di Giovanni Paolo II


La sofferenza umana costituisce in se stessa quasi uno specifico “mondo” che esiste insieme all’uomo, che appare in lui e passa, e a volte non passa, ma in lui si consolida ed approfondisce. Questo mondo della sofferenza, diviso in molti, in numerosissimi soggetti, esiste quasi nella dispersione.
Ogni uomo, mediante la sua personale sofferenza, costituisce non solo una piccola parte di quel “mondo”, ma al tempo stesso quel “mondo” è in lui come un’entità finita e irripetibile. Di pari passo con ciò va, tuttavia, la dimensione interumana e sociale. Il mondo della sofferenza possiede quasi una sua propria compattezza.
Gli uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l’analogia della situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il senso di essa. Benché dunque il mondo della sofferenza esista nella dispersione, al tempo stesso contiene in sé una singolare sfida alla comunione e alla solidarietà.

[Salvifici doloris, 8]

8. La sofferenza umana costituisce in se stessa quasi uno specifico « mondo » che esiste insieme all'uomo, che appare in lui e passa, e a volte non passa, ma in lui si consolida ed approfondisce. Questo mondo della sofferenza, diviso in molti, in numerosissimi soggetti, esiste quasi nella dispersione. Ogni uomo, mediante la sua personale sofferenza, costituisce non solo una piccola parte di quel « mondo », ma al tempo stesso quel « mondo » è in lui come un'entità finita e irripetibile. Di pari passo con ciò va, tuttavia, la dimensione interumana e sociale. Il mondo della sofferenza possiede quasi una sua propria compattezza. Gli uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l'analogia della situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il senso di essa. Benché dunque il mondo della sofferenza esista nella dispersione, al tempo stesso contiene in sé una singolare sfida alla comunione e alla solidarietà. Cercheremo anche di seguire un tale appello nella presente riflessione.

Pensando al mondo della sofferenza nel suo significato personale ed insieme collettivo, non si può, infine, non notare il fatto che un tal mondo, in alcuni periodi di tempo ed in alcuni spazi dell'esistenza umana, quasi si addensa in modo particolare. Ciò accade, per esempio, nei casi di calamità naturali, di epidemie, di catastrofi e di cataclismi, di diversi flagelli sociali: si pensi, ad esempio, a quello di un cattivo raccolto e legato ad esso — oppure a diverse altre cause — al flagello della fame.

Si pensi, infine, alla guerra. Parlo di essa in modo speciale. Parlo della ultime due guerre mondiali, delle quali la seconda ha portato con sé una messe molto più grande di morte ed un cumulo più pesante di umane sofferenze. A sua volta, la seconda metà del nostro secolo — quasi in proporzione agli errori ed alle trasgressioni della nostra civiltà contemporanea — porta in sé una minaccia così orribile di guerra nucleare, che non possiamo pensare a questo periodo se non in termini di un accumulo incomparabile di sofferenze, fino alla possibile auto-distruzione dell'umanità. In questo modo quel mondo di sofferenza, che in definitiva ha il suo soggetto in ciascun uomo, sembra trasformarsi nella nostra epoca — forse più che in qualsiasi altro momento — in una particolare « sofferenza del mondo »: del mondo che come non mai è trasformato dal progresso per opera dell'uomo e, in pari tempo, come non mai è in pericolo a causa degli errori e delle colpe dell'uomo